L’ultima battaglia del Piave

L’ultima Battaglia del Piave


Il fallimento della Battaglia del Solstizio e le vicende del fronte occidentale, dove le armate tedesche non erano riuscite a sfondare, misero a dura prova l’esercito austriaco, che risentiva anche della crescente conflittualità politica interna. Le diverse comunità nazionali dell’Impero stavano infatti chiedendo a gran voce la propria indipendenza.

Tardivamente l’imperatore Carlo I aveva proposto la trasformazione in senso federale della Duplice Monarchia (proclama del 17 ottobre), ma troppi erano i nodi da sciogliere e troppo forti erano le istanze di autonomia e di superamento del vecchio sistema istituzionale che venivano dalle più diverse parti. I generali facevano ormai fatica a tenere unito l’esercito, tali erano le pulsioni verso il disconoscimento dell’autorità viennese ed imperiale; oramai si iniziavano a studiare i piani di sgombero dal Veneto occupato.

L’indebolimento dell’esercito tedesco ed il crollo della Bulgaria stavano ormai, ad ottobre, spianando la strada agli eserciti dell’Intesa, sorretti anche dal fresco potenziale bellico statunitense. Si percepiva che la fine della guerra era vicina.

A questo punto i comandi italiani decisero che era arrivato il momento di sferrare l’attacco che ormai si prefigurava come decisivo.

In giro per Gemona, Venzone, Moggio e Resiutta

La Patria del Friuli, 19 novembre 1918

La prima impressione attraversando questi capoluoghi, è quella che tutto il paese sia in ordine; viceversa, tutte le case abbandonate dai profughi, se non molto guastate, sono però completamente vuote perché svaligiate dai nemici, e pur troppo in parte, anche dai paesani: fatto dolorosissimo, che si è ripetuto un po’ dovunque e per quale non sapremmo trovar parole che esprimano la meritata riprovazione. Tutti i comuni ebbero un’amministrazione comunale provvisoria, delle quali generalmente si può dire che bene si adoperarono per essere di aiuto e conforto ai compaesani rimasti.

Si distinse a Gemona il Sindaco avv. Fantoni che molto protesse la cittadinanza e protestò spesso per i soprusi nemici, tanto che fu due volte minacciato di internamento ed una di processo. A suo onore, basti ricordare che il giorno del natalizio di Carlo I, volendo il Comando militare inghirlandare la piazza, e quindi anche il Municipio, egli si oppose richiamandosi ai trattati internazionali; e il Municipio rimase infatti spoglio d’ogni ornamento. A Gemona sono completamente incendiati il Cotonificio Morganti ed i fabbricati Pittini di fronte alla stazione ferroviaria.

A Venzone, il magnifico e nuovo fabbricato scolastico, è del tutto bruciato, e costava circa 90000 lire! […]

Moggio è bensì in piedi, ma è quasi un deserto; sopra 7000 abitanti, erano rimasti appena un migliaio e mezzo; gli altri, tutti profughi.

A Resiutta, furono minacciati di incendio il “Grand Hotel” e l’Albergo Sponza; e fu soltanto la prontezza del facente funzioni di Sindaco che valse ad evitare il disastro. […]

A forza di sotterfugi, la popolazione dei quattro paesi poté finora vivere alla meno peggio; ma è generale la voce che se tutto l’inverno fossero rimasti i nemici a calpestare le nostre terre, metà della popolazione sarebbe morta di fame: erano si può dire già ridotti agli estremi per minacciata requisizione del grano turco e della roba di lana.

Ad un anno dalla rovinosa disfatta di Caporetto (24 ottobre 1918), il riorganizzato esercito italiano, rafforzato da alcuni reparti francesi, inglesi e statunitensi (ma anche con un reggimento cecoslovacco formato da ex prigionieri di guerra), avviò l’offensiva, prima sul massiccio del Grappa, poi lungo il Piave, stabilendo inizialmente delle teste di ponte sulla riva orientale, mentre il fiume era di nuovo ingrossato dalle piogge. Mentre sul Grappa l’offensiva sembrava inizialmente trasformarsi nell’ennesima guerra di logoramento, lungo il corso del Piave, all’altezza delle grave di Papadopoli, i contingenti inglesi per primi riuscirono a passare il fiume e tra il 27 e 29 ottobre vennero stabilite diverse teste di ponte che permisero alle truppe di attraversare il fiume, mentre ormai era molto ridotta la capacità di difesa dell’esercito austro-ungarico, che si stava sgretolando anche per le tensioni interne alla Monarchia. Davanti all’avanzata italiana, da parte austriaca vi furono estemporanei tentativi di richiesta di armistizio, per evitare che si ripetesse un ormai inutile bagno di sangue, oltre che per scongiurare una troppo piena vittoria italiana. I comandi austriaci, davanti a diversi ammutinamenti ed al problema reale di gestire e controllare una parte dei reparti che ora dimostrava di non voler più prendere ordini da Vienna (come quelli ungheresi), cercarono di organizzare la ritirata, tentando di riportare entro i vecchi confini le truppe. Nel frattempo vennero avviate le trattative ufficiali per l’armistizio. Tra il 2 e 3 novembre le truppe italiane ormai stavano dilagando nella pianura friulana, raggiungendo Udine (il giorno 3) e occupando progressivamente tutto il territorio. A Udine già ai primi di ottobre la rappresentanza comunale provvisoria aveva iniziato ad organizzare clandestinamente una Guardia Civica aiutata anche da due ufficiali friulani che erano riusciti ad infiltrarsi oltre le linee nemiche. Il 30 ottobre, dopo che il Comando Supremo austriaco aveva lasciato la città, il Sindaco provvisorio Giuseppe Orgnani Martina prese in mano Udine.

Il 3 novembre il cacciatorpediniere Audace attraccò a Trieste sul molo San Carlo (poi ribattezzato Molo Audace) ed il generale Carlo Petitti di Roreto prese possesso della città, abbandonata oramai da due giorni dal governatore austro-ungarico, mentre vi si era costituito un Comitato di salute pubblica guidato dal già podestà Alfonso Valerio, che sarebbe stato poi riconfermato nella carica di primo cittadino.

Lo sbarco dei soldati italiani a Trieste il 3 novembre 1918

Lo sbarco dei soldati italiani a Trieste il 3 novembre 1918