La “Vittoria mutilata”, il “Reducismo” e i fatti di Fiume

La “Vittoria mutilata”, il “Reducismo” e i fatti di Fiume


Gli esiti insoddisfacenti delle trattative di Parigi portarono Gabriele D’Annunzio a formulare il concetto di “Vittoria mutilata”. Questa espressione ebbe un notevole successo negli ambienti del nazionalismo italiano e soprattutto tra tutti gli ex-combattenti reduci dalla guerra che ritenevano non completata la propria azione e che si sentivano traditi dall’atteggiamento del governo durante le trattative di pace.

Si può parlare di un vero e proprio fenomeno del “reducismo”: furono molti i militari, specie tra gli Arditi, che condividevano queste posizioni e che ritenevano non realizzato il cambiamento radicale della società che si attendevano dalla guerra o che, più semplicemente, facevano fatica ad immaginare un loro futuro nella società civile. In effetti in tutta Italia la fine della guerra portò un generale sconquasso. Passata l’euforia della vittoria bisognava far i conti con la realtà: centinaia di migliaia di mutilati ed invalidi di guerra che trovarono estrema difficoltà a reinserirsi nelle abituali occupazioni e nel tessuto produttivo; molti ex-combattenti che, al ritorno nelle proprie case, non trovarono il posto di lavoro o i terreni che erano stati promessi; molte industrie che fallirono nel passaggio dall’economia di guerra a quella civile. Questo generò una vera e propria marea di disoccupati, i quali oltretutto si ritrovarono da un lato nell’impossibilità di emigrare verso gli Stati Uniti (che fino a pochi anni prima avevano rappresentato un paese alla ricerca di forza lavoro) e dall’altro in condizioni di lavoro non certo buone. Tra 1919 e 1920 si intensificarono gli scioperi, le occupazioni delle fabbriche e le proteste operaie, cui il governo seppe dare solo deboli e insufficienti risposte.

Benito Mussolini, già esponente socialista passato prima della guerra tra le fila degli interventisti e fondatore di un giornale, “Il Popolo d’Italia”, arruolatosi volontario e ferito nel 1917 sulle alture di Doberdò, aveva ripreso la propria battaglia politica e si stava proponendo come un punto di riferimento per gli ex-combattenti che desideravano un radicale cambiamento nella società italiana, tanto da fondare nel 1919 il movimento dei Fasci di combattimento. Le squadre fasciste raccolsero le istanze degli ex-combattenti e si segnalarono da subito per azioni violente contro socialisti, sindacalisti e scioperanti; nella Venezia Giulia furono protagoniste di azioni contro le strutture associative slovene e croate in nome dell’italianità di queste terre. Per gli ex combattenti che rimasero in armi la vicenda di Fiume rappresentò un motivo di rinnovata speranza: l’11 settembre 1919 una colonna di disertori dell’esercito (che aveva in precedenza lasciato la città), guidata da Gabriele D’Annunzio, partendo da Ronchi di Monfalcone marciò verso Fiume occupandola, senza che l’esercito regolare opponesse particolare resistenza ed anzi riscuotendo le simpatie di tanti reduci e uomini in armi. L’occupazione di Fiume durò poco più di un anno, tra accese speranze ed oggettive difficoltà, tra la retorica dannunziana e le trattative internazionali. A Fiume convennero Arditi e militari, ma anche avventurieri e rivoluzionari: molti vi videro la possibilità di fondare una società nuova (ed infatti la costituzione della Reggenza del Carnaro, scritta dal socialista rivoluzionario Alceste De Ambris, ha contenuti estremamente moderni). La stipula del Trattato di Rapallo portò il governo italiano ad intervenire militarmente nel Natale del 1920 costringendo D’Annunzio a lasciare la città, che fu poi annessa al Regno d’Italia nel 1924.

L’INCENDIO DEL BALKAN

Il 13 luglio 1920 nel corso di un comizio di Francesco Giunta in piazza Unità a Trieste, organizzato dal fascio di combattimento per protesta contro l’uccisione di due marinai italiani a Spalato, la morte, forse accidentale, di un ragazzo, scatenò l’ira delle squadre fasciste che assaltarono negozi gestiti da sloveni e associazioni slovene, per convergere verso il NARODNI DOM (Casa del Popolo) di Trieste, principale sede delle organizzazioni slovene in città (e di un albergo, l’Hotel Balkan). L’edificio, sebbene difeso anche dalle forze dell’ordine, venne dato alle fiamme. Questo atto può essere considerato l’inizio del “Fascismo di confine” e divenne il simbolo delle persecuzioni fasciste contro sloveni e croati della Venezia Giulia