La Venezia Giulia nel Regno d’Italia

La Venezia Giulia nel Regno d’Italia


A partire dai primi giorni di novembre del 1918 Trieste, l’Istria ed il Goriziano furono occupati dalle truppe italiane. Per l’amministrazione dei nuovi territori venne inizialmente costituito un Governatorato Militare per la Venezia Giulia di stanza a Trieste con a capo il generale Carlo Petitti di Roreto, che aveva guidato i primi reparti italiani entrati in città. Nel luglio del 1919 (dopo la stipula del trattato di Saint-Germain) all’amministrazione militare seguì quella civile, gestita dal Commissariato Generale Civile della Venezia Giulia, il cui primo commissario fu Augusto Ciuffelli, sostituito poi, nel dicembre 1919, da Antonio Mosconi, che rimase in carica fino al 1922. Presso la Presidenza del Consiglio venne istituito un Ufficio Centrale per le Nuove Province.

L’esercito italiano aveva occupato non solo i territori del vecchio Litorale austriaco (la città di Trieste, la Contea principesca di Gorizia e Gradisca, l’Istria) ma anche la Valcanale (in un primo momento arrivando fino a Villaco) ed alcune località già appartenenti alla Carniola (Idria, Vipacco, Postumia e Longatico) arrivando oltre la linea dello spartiacque. In un primo momento anche la Dalmazia costiera era stata occupata.

Nel 1920, con il Trattato di Rapallo, si fissò la linea definitiva di confine tra Italia e Regno SHS.

Mentre oltre questa linea si andava organizzando il nuovo Stato jugoslavo, divennero sudditi del Regno d’Italia poco meno di mezzo milione tra sloveni e croati, che si videro così negata la possibilità di far parte del nuovo Stato in cui avrebbero potuto più facilmente riconoscersi.

Fino al 1923 l’amministrazione provinciale, pur priva di organismi elettivi, ricalcò quella austriaca: una provincia a Trieste, una a Gorizia, una nell’Istria; in Dalmazia solo la città di Zara con poche isole divenne italiana. Ma nel 1923 venne soppressa la provincia di Gorizia e i suoi territori divisi tra quelle di Trieste e del Friuli, tra le proteste dei fascisti locali. Nel 1924 si aggiunse anche Fiume come capoluogo provinciale. Anche se ormai le province erano svuotate di ogni funzione di rappresentanza politica.

Alla guida delle amministrazioni comunali le autorità italiane cercarono di porre personale spesso locale ma di provata fiducia; le nuove amministrazioni comunali elette nel 1922 non ebbero poi vita lunga, a causa del mutato indirizzo dello Stato.

Nel frattempo in Italia il governo guidato da Benito Mussolini stava rapidamente procedendo alla trasformazione dello Stato, eliminando in pochi anni tutte le strutture rappresentative elettive e riducendo progressivamente le libertà di associazione.

Il nuovo Stato fascista non ammetteva opposizione politica e si poneva come compattamente nazionale. Per le popolazioni di lingua slovena e croata la situazione non fu certamente facile. Erano passate da un contesto sovranazionale, che pur con molte incertezze ed imprecisioni tutto sommato garantiva un certo equilibrio tra le varie componenti, ad uno nazionale, dove i non italiani erano indicati come “allogeni” (ovvero di altra stirpe) da trasformare in autentici italiani, attraverso processi che vennero definiti di “snazionalizzazione”.

Se nei primi momenti del dopoguerra da parte dello Stato non vennero intraprese misure precise ed organiche in tal senso, il governo fascista iniziò in seguito ad attuare una politica di marcata assimilazione nazionale. Con la riforma Gentile venne negata l’esistenza di una scuola non in lingua italiana (le ultime classi completarono il proprio ciclo con il 1927), i nomi delle località vennero italianizzati e poi vennero italianizzati anche i cognomi. Non era possibile una stampa libera, e tantomeno in lingua non italiana; solo all’interno della Chiesa ci fu per sloveni e croati, pur con fatica, una certa libertà di pubblico utilizzo della propria lingua.

Il panorama politico/istituzionale era profondamente cambiato, soprattutto in alcune aree come il Friuli Orientale. La classe dirigente liberal-nazionale locale ottenne un sostanziale appoggio da parte delle nuove autorità italiane, come elemento di fiducia per la costruzione del nuovo ordine; invece il partito cattolico non riuscì a ricostituirsi nelle forme prebelliche, sia per le difficoltà nel rientro dei parroci (che di quel partito erano di solito organizzatori vivaci) sia per l’ostracismo di cui i due principali leader, Giuseppe Bugatto e Luigi Faidutti, furono oggetto. L’ex capitano provinciale Faidutti non poté più rimettere piede a Gorizia e finì i suoi giorni quale incaricato d’affari della Santa Sede presso il governo lituano.

Le difficili condizioni della ripresa economica favorirono nell’immediato dopoguerra la crescita del Partito Socialista e poi, dal 1921, di quello Comunista. Nelle prime elezioni parlamentari, quelle del 1921, proprio il Partito Comunista d’Italia ottenne nella Venezia Giulia il miglior risultato a livello nazionale. Nella circoscrizione di Gorizia vennero eletti quattro deputati sloveni e un comunista.

Le nuove autorità si videro davanti al pericolo di una deriva rivoluzionaria e alla necessità di rendere omogenee queste terre al resto del Regno. La violenta azione dello squadrismo fascista fu quindi lasciata libera se non sostenuta anche da funzionari dello Stato (come Mosconi) che vi vedevano, nonostante gli evidenti eccessi, uno strumento per riportare l’ordine e per favorire il processo di italianizzazione.