Il rientro dei profughi e dei reduci

Il Rientro dei Profughi e dei Reduci


Per permettere il rientro dei profughi di guerra bisognava fossero garantite le necessarie strutture di accoglienza. Infatti molti dei paesi che erano stati evacuati nel maggio del 1915 erano ridotti ad un cumulo di macerie.

Nel Friuli Orientale già durante il 1918, sotto l’amministrazione austriaca, erano stati avviati progetti di ricostruzione; le autorità comunque, prima di consentire il rientro delle famiglie dai campi profughi, verificavano la disponibilità di strutture adeguate, ovvero se le case erano in condizioni accettabili. Dopo la fine della guerra, a partire dai centri più colpiti, si avviarono progetti per la costruzione di baracche che ospitassero i profughi rientranti. A Monfalcone venne realizzato un vero e proprio quartiere di baracche di legno subito ad ovest del centro, oltre il canale, che venne presto denominato Wagna, in ricordo della località stiriana dove era sorta la “città di legno” che aveva ospitato i profughi durante la guerra.

Il rientro in Friuli dei profughi sparsi nel Regno d’Italia avvenne con una notevole lentezza, soprattutto per le difficoltà legate ai trasporti: era naturale che strade, ponti e ferrovie dovessero venir riadattati prima di consentire la regolarità dei movimenti. Ci vollero diversi mesi quindi dopo la fine della guerra per completare il rientro. I reduci dell’esercito austro-ungarico fecero un mesto e lento rientro nelle proprie abitazioni. Quanti erano stati fatti prigionieri dai russi poterono ritornare con lunghi e complessi percorsi, a volte attraverso Cina ed America. Non mancarono poi casi di uomini che rimasero anche diversi anni in Russia prima di riprendere la strada di casa, qualcuno dopo aver messo su famiglia. Non vi era però onore per quanti avevano combattuto la guerra sotto le insegne asburgiche: reduci e caduti caddero in un penoso oblio.

La guerra aveva lasciato strascichi pesanti sui reduci: l’esercito italiano aveva impiegato oltre cinque milioni di uomini (tra i 18 e i 45 anni) e più di tre quarti di questi avevano combattuto in prima linea; 500.000 erano morti sul fronte o per conseguenze dirette dei combattimenti, altri 100.000 nei campi di prigionia; 220.000 furono i grandi invalidi con una pesante menomazione fisica o psichica; tantissimi quelli che soffrirono per i postumi di quanto subito in guerra. L’Austria-Ungheria contò oltre un milione di morti e quasi tre milioni di invalidi. Terribili erano state le malattie e le infezioni che i soldati avevano potuto contrarre nelle precarie condizioni igieniche delle trincee e negli ospedali da campo, nei quali l’intervento medico era effettuato in condizioni di emergenza assoluta.