Il Friuli occupato

Il Friuli occupato


La repentina avanzata dell’esercito austro-tedesco aveva portato non solo al ripristino della sovranità asburgica su Gorizia e sul Friuli Orientale, ma anche all’occupazione delle province di Udine e Belluno e di parte di quelle di Treviso e Venezia.

Per il Friuli Orientale, a lungo attraversato e martoriato dal fronte, questo frangente rappresentò un momentaneo ritorno alla situazione prebellica. Anche qui alcuni avevano lasciato le proprie case al seguito delle truppe italiane, soprattutto quanti si erano in qualche modo compromessi con gli occupanti, ma molti, i più, rimasero. L’arrivo delle truppe austro-tedesche e soprattutto l’allontanamento della linea del fronte vennero salutati da tanti come una reale liberazione.

Nel corso del 1918 iniziarono a profilarsi i primi tentativi di riorganizzare il territorio, con il parziale ritorno delle autorità civili che a suo tempo avevano dovuto lasciarlo. La prospettiva e la speranza era che, a guerra finita, venissero rispettati i confini prebellici. In particolare fu notevole l’impegno del Capitano provinciale e deputato a Vienna, Luigi Faidutti, nel tentativo di avviare i primi progetti per la ricostruzione del Goriziano assieme agli altri uomini politici locali, come Giuseppe Bugatto e Anton Gregorcˇicˇ. Non si trattava solo di garantire il rientro ai tanti profughi, ma anche di creare le condizioni per la ricostruzione dei tanti paesi distrutti e il riavvio dell’economia locale. Complessa comunque si rivelò la possibilità del rientro dai campi profughi. Solo in presenza di una reale possibilità di accoglienza le autorità permettevano il rientro. Per risollevare l’agricoltura il governo cercò in un primo momento di fornire gratuitamente mezzi e sementi. Anche l’Arcivescovo di Gorizia, mons. Sedej, rientrò da Lubiana a marzo. Per la Chiesa goriziana significava contare le ferite: infatti, con la rioccupazione asburgica quasi tutti i reggenti provvisori delle cure d’anime erano fuggiti assieme all’esercito italiano, creando così una nuova situazione di vuoto, la quale venne colmata di solito con la nomina provvisoria di giovani sacerdoti locali che all’inizio della guerra erano riparati all’interno della Monarchia.

Il Feldmaresciallo Svetozar Boroevic´ von Bojna con le sue truppe a Udine nell’agosto del 1918

Il Feldmaresciallo Svetozar Boroevic´ von Bojna con le sue truppe a Udine nell’agosto del 1918

Diversa la situazione del Friuli Centrale e Occidentale. Qui l’arrivo delle truppe austro-tedesche coincise con una occupazione militare di territori che fin quasi da subito sembrava realistico venissero lasciati alla fine della guerra.

Ma tra la popolazione l’occupazione creò una vera e propria psicosi, tanto che oltre centinaia di migliaia di persone abbandonarono le proprie abitazioni nei tumultuosi frangenti della rotta di Caporetto. Oltre il 20% degli abitanti lasciò la provincia di Udine, ed in particolare gli abitanti delle città (ad esempio da Udine partì il 65% della popolazione), segno anche del maggior coinvolgimento delle borghesie urbane negli ideali nazionali o forse di una maggior paura dell’arrivo degli invasori, oppure, per le classi più agiate, di una maggior possibilità di abbandonare le proprie abitazioni ed occupazioni, quando per le famiglie legate al lavoro dei campi abbandonare la campagna era indubbiamente più difficile. Qualcuno ha parlato di un esodo di classe: se ne andarono molti degli esponenti della borghesia locale, in particolare gli amministratori comunali, lasciando così la popolazione rimasta in un sostanziale vuoto di rappresentanza; in molti luoghi i parroci rimasero l’unica autorità presente. Da Udine fuggì però anche l’Arcivescovo mons. Rossi; non abbandonò la sua sede il Vescovo di Concordia, mons. Isola, che pagò duramente dopo la guerra il suo atteggiamento. Infatti, quanti rimasero dovettero poi spesso subire l’onta di essere accusati di collaborazionismo. D’altronde i comandi austriaci cercarono di organizzare una struttura amministrativa provvisoria, possibilmente con elementi locali, ma sotto il proprio stretto controllo, e operarono anche una serie di internamenti, temendo azioni di spionaggio o di sabotaggio. Le autorità di occupazione pubblicarono
a Udine un periodico in lingua italiana, la “Gazzetta del Veneto”, quale organo ufficioso, cui si affiancò anche un settimanale illustrato, “La Domenica della Gazzetta”.

Monfalcone nel 1918 ridotta in macerie

Monfalcone nel 1918 ridotta in macerie

Gorizia

Gorizia

Per gestire l’economia locale venne inoltre fatta circolare una nuova moneta, la “Lira veneta”,
il cui cambio risultò notevolmente sfavorevole.

Udine, sede dei principali comandi militari, venne divisa in due zone di occupazione, una gestita dall’esercito austro-ungarico ed una da quello tedesco.

Per chi rimase la situazione si rivelò da subito faticosa, anche perché le truppe austriache avevano gravissimi problemi nel garantire i vettovagliamenti e si resero colpevoli di razzie dettate da una terribile condizione di fame. Condizione dovuta anche al fatto che a seguito di direttive centrali le truppe dovevano arrangiarsi a trovare le risorse sul territorio, poiché la penuria di derrate alimentari stava colpendo l’interno dell’Austria. Iniziò quindi un’azione di sfruttamento intensivo delle terre occupate, sentita da molti come una ulteriore e gratuita vessazione. Inoltre a rendersi colpevoli di azioni di sciacallaggio o di razzie erano talvolta gli stessi abitanti rimasti in loco, spinti dalla povertà o dalla fame. Le truppe di occupazione attuarono quindi pesanti requisizioni anche di beni, come per esempio di oggetti metallici (furono trafugate pure molte campane), per evidenti finalità di riutilizzo bellico.

Buono di cassa da 10 Lire risalente al 2 gennaio 1918

Buono di cassa da 10 Lire risalente al 2 gennaio 1918

Buono di cassa da 1000 Lire risalente al 2 gennaio 1918

Buono di cassa da 1000 Lire risalente al 2 gennaio 1918