I trattati di pace

I Trattati di Pace


La fine del terribile conflitto aveva originato un generale sollievo, ma ad esso si aggiungeva una realtà che risultava molto complessa, anche perché, a conti fatti, nessuna delle nazioni belligeranti poteva affermare di aver raggiunto del tutto gli scopi per cui era entrata in guerra.

Finite le ostilità e firmati gli armistizi, si procedette quindi alla Conferenza di pace, che si tenne a Parigi a partire dal 18 gennaio 1919. Qui da un lato il presidente americano Wilson ribadì le linee contenute nei suoi quattordici punti, dall’altro le potenze vincitrici si trovarono davanti ad un panorama politico nuovo. Difficile risultava arrivare ad una pace condivisa fino in fondo, tanto che alla fine il compromesso raggiunto creò diverse insoddisfazioni.

Mentre l’Impero d’Austria-Ungheria non esisteva più e nuovi Stati si stavano organizzando, in Germania prese piede il mito della non sconfitta, legato alla possibilità della costruzione di un nuovo ordine sociale e politico, dopo la proclamazione della Repubblica. Alla Germania, su sollecitazione francese, vennero però comminate sanzioni pesantissime (perdite territoriali, notevole riduzione dell’esercito, pagamento di un enorme debito di guerra), che misero in ginocchio la nazione, contribuendo ad accrescere l’instabilità politica ed economica interna, dalla quale la giovane Repubblica si risollevò a fatica.

Francia e Inghilterra volevano poi conservare, se non ampliare, i rispettivi imperi coloniali, cosa che finiva per contrastare con gli indirizzi wilsoniani, che si ponevano come un punto fermo nelle discussioni. La creazione della Polonia (con territori appartenenti a Germania, Russia e Austria) fu uno degli obiettivi perseguiti proprio dal presidente statunitense. Gli Stati successori dell’Impero d’Austria-Ungheria, forti del principio di autodeterminazione che giustificava la propria esistenza, cercarono di affermare la costruzione di una nuova identità istituzionale.

Durante le trattative, si verificarono subito problemi tra l’Italia e il Regno SHS. Non era ben chiara la definizione dei confini nell’area Alto Adriatica, mentre le truppe italiane avevano occupato territori oltre lo spartiacque. L’Italia era scesa in guerra con il Patto di Londra e ne chiedeva ora la completa applicazione, e quindi la cessione della Dalmazia, oltre a reclamare Fiume in quanto città a maggioranza italiana. Wilson non intendeva acconsentire ad un’applicazione letterale del patto segreto, mentre la Francia non voleva che l’Italia acquisisse troppa influenza nella penisola balcanica. La delegazione jugoslava reclamava tutti i territori in cui erano presenti comunità linguistiche slave, con il principio che in un territorio il contado doveva prevalere sulla città: venivano quindi rivendicate Gorizia, Trieste, Fiume, l’Istria, la Dalmazia, oltre alla Slavia veneta (ovvero le valli del Natisone). Il governo italiano chiese quindi sia la Dalmazia che Fiume, senza ottenere nessuna delle due.

Tale fu il disappunto della delegazione italiana che il 7 maggio il presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando lasciò Parigi, ma i lavori della conferenza continuarono ugualmente. Alla fine il trattato fu firmato il 28 giugno 1919. L’insoddisfazione fu tale negli USA che il Senato non ratificò il trattato e non acconsentì alla partecipazione alla Società delle Nazioni, creata su impulso di Wilson: ciò portò di nuovo all’isolazionismo economico e politico degli USA rispetto all’Europa. Alle elezioni presidenziali successive, le prime cui parteciparono come elettrici anche le donne, Wilson venne sconfitto.

Il nuovo presidente del Consiglio italiano, Francesco Saverio Nitti, sottoscrisse il Trattato di Saint-Germain (10 settembre 1919) che, in applicazione di quanto definito a Versailles, sancì la ripartizione dell’Impero Austro-Ungarico e definì i nuovi confini tra Italia e Austria. Quindi il Trentino e l’Alto Adige (ovvero la parte del Tirolo a sud del Brennero), la Val Canale (Tarvisio era parte della Carinzia), tutto il territorio della Contea principesca di Gorizia e Gradisca, Trieste, la parte occidentale della Carniola (con Postumia, Idria e Vipacco), l’Istria, Zara ed alcune isole tra Istria e Dalmazia furono annesse al Regno d’Italia. Il trattato definiva però solo i confini tra Italia e Austria e non quelli con il nuovo Regno SHS.

Restava sul tappeto la questione di Fiume, che venne occupata proprio il 12 settembre 1919 dai fuoriusciti guidati da Gabriele D’Annunzio.

Nel corso del 1920 vennero progressivamente risolte alcune questioni. Il 4 giugno 1920 a Versailles fu firmato il Trattato del Trianon che definiva le sorti del Regno d’Ungheria. Regno solo dal punto di vista formale, perché guidato in realtà da un reggente nella persona dell’ammiraglio Horthy, la nuova Ungheria perse molti dei territori che in precedenza le appartenevano (la popolazione passò così da 19 a 7 milioni e la superficie venne ridotta di due terzi), divenendo però uno Stato più marcatamente ungherese (ora solo il 10% della popolazione non era ungherese, mentre minoranze ungheresi rimasero fuori dai nuovi confini).

Successivamente venne concluso il 12 novembre 1920 il Trattato di Rapallo tra Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS) con il quale vennero stabiliti i confini definitivi tra i due Stati. La spinosa questione adriatica fu quindi affrontata dal governo Giolitti e dal nuovo ministro degli esteri Sforza. Per facilitare le trattative i contingenti italiani vennero fatti evacuare da quasi tutta l’Albania che ancora occupavano. Il nuovo trattato prendeva le mosse da quello di Saint-Germain e nel dettaglio definì il nuovo confine cercando di porlo sullo spartiacque (il che comportò un lieve arretramento rispetto alla zona effettivamente occupata dalle truppe italiane a partire dal novembre 1918): confermava dunque all’Italia la città dalmata di Zara e le isole del Quarnaro e non solo (Cherso, Lussino, Pelagosa e Lagosta), mentre Fiume doveva diventare uno Stato libero collegato territorialmente all’Italia.

I “quattro grandi” alla Conferenza di pace di Parigi a Versailles. Da sinistra a destra: David Lloyd George (Gran Bretagna), Vittorio Emanuele Orlando (Italia), Georges Clemenceau (Francia) e Woodrow Wilson (USA). Foto di Edward N. Jackson

I “quattro grandi” alla Conferenza di pace di Parigi a Versailles. Da sinistra a destra: David Lloyd George (Gran Bretagna), Vittorio Emanuele Orlando (Italia), Georges Clemenceau (Francia) e Woodrow Wilson (USA). Foto di Edward N. Jackson