I profughi nel Regno d’Italia

I Profughi nel Regno d’Italia


Fin da subito l’imprevisto afflusso di profughi dal Friuli e dal Veneto nel Regno d’Italia rappresentò un problema gravoso. Il governo non era pronto a gestire tutta questa massa di persone: fino a quel momento l’assistenza ai profughi di guerra era stata trattata come una questione di pubblica sicurezza, tanto che appena alla vigilia di Caporetto, e dopo ripetute sollecitazioni, era stata approvata la costituzione di un organismo, dipendente sempre dal Ministero dell’Interno, per provvedere ai profughi. Davanti poi alle dimensioni del nuovo esodo, anche su sollecitazione dei deputati veneti e friulani, venne istituita una struttura governativa con lo scopo di occuparsi dell’assistenza morale e materiale dei profughi (l’Alto commissariato per i profughi di guerra, presso la Presidenza del Consiglio).

I profughi vennero divisi in piccoli nuclei, distribuiti lungo la penisola. Avevano bisogno di alloggi, viveri e sussidi e non sempre agevole era per essi l’adattamento alle nuove condizioni di vita e l’inserimento all’interno dei tessuti sociali e produttivi in cui si venivano a trovare.

Il lavoro era un elemento importante per queste persone, trattandosi tra l’altro in gran parte di donne e minori. Frequentemente i profughi venivano impiegati in produzioni legate allo sforzo bellico; non sussistevano però obblighi e spesso la retribuzione era un elemento discriminante, più della pesantezza delle mansioni, per accettare un lavoro. La difficoltà e macchinosità dell’organizzazione italiana, di frequente delegata a Comitati locali, si legava infatti all’insorgere di gravi problemi di inserimento: spesso i profughi venivano accolti con diffidenza dalle comunità locali, soprattutto nel Meridione; quanti provenivano dalle terre “irredente” venivano facilmente accusati di austriacantismo o disfattismo e le difficoltà di comprensione linguistica si associavano all’incontro con stili di vita profondamente diversi. Una condizione, definita di “esuli in patria”, non certamente agevole.

Di solito i profughi venivano organizzati in nuclei relativamente compatti, secondo la provenienza. Pur non trattandosi mai di realtà eccessivamente numerose (gruppi al massimo di qualche centinaio di persone), anche per garantire un efficace controllo dell’ordine pubblico, in molti casi queste comunità cercarono di far rivivere la propria piccola patria. Per i friulani, sparsi un po’ ovunque, si trattò di un momento doloroso.

Anche un periodico friulano, “Il Giornale di Udine”, riprese le pubblicazioni a Firenze rivolgendosi agli esuli. Proprio a Firenze aveva trovato rifugio il sindaco di Udine Domenico Pecile.

La Casa Emigranti dell’Opera Bonomelli e la Società Umanitaria che si occupavano degli alloggi e affrontarono la grande ondata di rifugiati dal Friuli Venezia Giulia a Milano

La Casa Emigranti dell’Opera Bonomelli e la Società Umanitaria che si occupavano degli alloggi e affrontarono la grande ondata di rifugiati dal Friuli Venezia Giulia a Milano

A Firenze il pontebbano Arturo Zardini compose uno dei canti più celebri della guerra, "Stelutis alpinis", che venne eseguito per la prima volta da un gruppo di profughi friulani nel capoluogo toscano

A Firenze il pontebbano Arturo Zardini compose uno dei canti più celebri della guerra, “Stelutis alpinis”, che venne eseguito per la prima volta da un gruppo di profughi friulani nel capoluogo toscano