Letteratura di guerra

Letteratura di Guerra


Le narrazioni e le ricostruzioni dei fatti della guerra sono state di natura, scopi e prospettive diverse. Anche i racconti diretti dell’esperienza del fronte presentano un ventaglio notevole di tipologie, che vanno dal diario alla memoria rielaborata; altra cosa è la rielaborazione letteraria fatta a posteriori. Se un diario in primo luogo non dovrebbe essere pensato per la pubblicazione, e quindi soprattutto se non è stato pubblicato dallo stesso autore, si presume porti un punto di vista diretto e non mediato; i testi di memorie predisposti per la stampa sono invece legati ad esigenze più complesse, sono in sostanza una rielaborazione della memoria. Conta molto nella letteratura di guerra quindi lo scopo per cui venne scritta. Ci sono testi che non disdegnano di offrire un racconto estremamente tragico dell’esperienza bellica, altri che invece cercano di privilegiare il carattere di epopea eroica. Non si tratta semplicemente di propaganda, ma di volontà di dare un connotato preciso al racconto, sottolineando alcuni aspetti delle vicende e mettendo in secondo piano altri. A volte anche i diari pubblicati a ridosso degli eventi risentono della volontà di giustificare delle situazioni.

Tantissimi gli esempi. Tra i racconti degli eventi fatti da chi li ha vissuti in prima persona, la narrazione di Attilio Frescura (Diario di un imboscato, 1919) si presenta priva di retorica, attenta a far emergere la difficile e cruda vita della guerra, sia tra i militari che tra i civili a ridosso del fronte.

A poca distanza dagli eventi, l’ufficiale Ardengo Soffici narra gli episodi della ritirata di Caporetto (La ritirata dal Friuli) dedicando lo scritto a Cadorna e Cappello, che la storiografia identifica come i responsabili della disfatta, cercando di riportare gli eventi secondo il suo punto di vista (quello di un interventista della prima ora) e, fin dove possibile, la cruda realtà dei fatti. Curzio Malaparte ricorda Caporetto in uno scritto di rara incisività (La rivolta dei santi maledetti) riconoscendo nella disfatta l’insorgere di una necessaria rivoluzione.

Curiosa l’esperienza di Ernest Hemingway che ha ambientato uno dei suoi romanzi più famosi, Addio alle armi, tra il 1917 ed il 1918, descrivendo con abbondanza di dettagli le vicende legate alla ritirata di Caporetto.

Lo scrittore americano in effetti aveva partecipato alla guerra sul fronte italiano come autista di Croce Rossa e nel romanzo questa sua esperienza ritorna, ma il racconto non è strettamente autobiografico. Egli in realtà non vide i fatti di Caporetto, essendo arrivato in Italia nella primavera del 1918, ma il suo racconto di Gorizia e del movimento scomposto delle truppe nell’autunno del ‘17 è uno dei più famosi.

Il giovane Hemingway con una crocerossina

Il giovane Hemingway con una crocerossina