La ritirata italiana

La Ritirata italiana


Mentre la III Armata si ritirava in modo organizzato, la II non esisteva quasi più. I soldati abbandonarono i mezzi e iniziarono una scomposta fuga dal fronte. Cadorna accusò della sconfitta tutti tranne se stesso: “La mancata resistenza di reparti della II Armata vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere l’ala sinistra italiana sulla fronte Giulia”. Il Generale era abituato a dare le colpe delle sconfitte non ad errori suoi, ma alle truppe o al disfattismo, non capendo che la sua strategia non si era rivelata efficace.

L’esercito italiano in rotta cercò come poté di rallentare l’avanzata austriaca, anche per permettere l’organizzazione di una efficace linea difensiva. Dove si poté vennero rotti gli argini dei corsi d’acqua per allagare strade e centri abitati; dove si riuscì vennero abbattuti i ponti.

La ritirata della III Armata avvenne con regolarità. Lasciato il basso Isonzo gli italiani allagarono alcuni paesi, approfittando delle abbondanti piogge e dei corsi d’acqua in piena. Furono fatti saltare i ponti provvisori realizzati dal Genio che avrebbero consentito l’attraversamento del fiume.

Per proteggere la ritirata italiana e, soprattutto, per rallentare l’avanzata austro-tedesca si rivelarono di una certa utilità le fortificazioni che l’esercito italiano aveva realizzato nei decenni precedenti nel Medio Friuli. In particolare quelle nell’area intorno al Monte di Ragogna, per la sua posizione strategica a difesa dei ponti sul Tagliamento di Pinzano e di Cornino.

Infatti il 29 ottobre le avanguardie austriache raggiunsero il ponte di Cornino che era ancora intatto. Contemporaneamente a Ragogna, monte già da tempo fortificato, la brigata Bologna si oppose ad oltranza a due divisioni austriache, rallentando l’avanzata verso Cornino. Il ponte metallico era diviso in due tronconi che collegavano le due rive con un largo isolotto, il Clapat, difeso dagli italiani.

Gli Austriaci riuscirono a prenderlo, ma i genieri italiani fecero saltare il secondo tronco del ponte. Il 2 novembre, sotto il fuoco italiano, gli austriaci
realizzarono un ponte provvisorio, tanto da riuscire ad attraversare il fiume e prendere Cornino sulla sponda occidentale.

Altri scontri si ebbero a Pozzuolo e presso il ponte della Delizia. Nella loro avanzata gli austriaci avevano però catturato quanto restava della II Armata (250.000 uomini).

Assieme all’esercito italiano fuggirono davanti all’avanzata austro-tedesca una massa veramente notevole di civili. Secondo un calcolo approssimativo, ma attendibile, nei giorni della ritirata si spostarono circa 220.000 civili e di questi almeno 130.000 dal Friuli. Diversi scapparono anche dal Friuli Orientale, soprattutto coloro che, per aver avuto ruoli nell’amministrazione italiana o aver dimostrato forti simpatie per gli occupanti, si videro quasi costretti ad abbandonare questi luoghi per paura di una scontata ritorsione da parte austriaca.

I FORTI ITALIANI

Prima della guerra alcuni punti intorno al Tagliamento furono fortificati dall’esercito italiano, creando un sistema di 35 fortificazioni volte a creare una sorta di linea di difesa. Tra questi nell’area del Friuli Centrale il Monte di Ragogna (m. 512) e Pinzano sulla riva sinistra del Tagliamento erano particolarmente importanti, vicino a ponti fondamentali per attraversare il fiume. Il sistema difensivo realizzato nei primi anni del ‘900 venne utilizzato per coprire la ritirata italiana. La zona della Carnia, che durante la guerra rimase un fronte secondario rispetto all’Isonzo, aveva visto in precedenza la realizzazione di una serie di fortificazioni (il cosiddetto Ridotto Carnico: i forti di Chiusaforte, Monte Festa, Osoppo e Monte Ercole) atte a sbarrare una eventuale discesa del nemico lungo le valli alpine. L’opera principale, la fortezza di Chiusaforte, venne lasciata quasi subito (solo un giorno di resistenza) al momento della ritirata. Mentre più a sud nel forte del Monte Festa (sopra Cavazzo Carnico) un manipolo di 200 uomini resistette fino al 7 novembre 1917, riuscendo a coprire la ritirata italiana dalla Carnia e a fermare l’avanzata delle truppe austriache lungo la valle del tagliamento. Il forte dovette cedere per mancanza di munizioni e rifornimenti.