Tra civili e militari: l’occupazione

Tra Civili e Militari: l’Occupazione


Tutto il Friuli, sia quello centrale già italiano che quello orientale occupato, divenne a partire dal maggio del 1915 la retrovia del fronte. La popolazione civile si trovò con la guerra in casa.

Non furono in genere facili i rapporti tra i civili ed i soldati. Alla situazione di precarietà ed eccezionalità data dalla guerra si aggiungevano difficoltà di ordine linguistico (il friulano e lo sloveno risultavano a gran parte degli italiani incomprensibili) e diffidenze reciproche, alimentate anche dall’atteggiamento spesso guardingo dei comandi militari verso una popolazione che si temeva potesse intrattenere rapporti troppo cordiali o di vicinanza con il nemico. L’area del Friuli Orientale, definita dal nazionalista Federzoni in una relazione a Salandra “la più austriacante ed infida”, si presentava ai soldati italiani in condizioni ben lontane dalla normalità. La popolazione era formata prevalentemente da donne, vecchi e bambini. Gli uomini in età da lavoro erano quasi tutti assenti, per lo più soldati nell’esercito austro-ungarico.

Diverse località (alcuni borghi carsici e pedecarsici, alcune località del Collio goriziano) erano state quasi completamente evacuate a ridosso dello scoppio della guerra dalle autorità austriache. Non è ben chiaro il criterio con cui queste evacuazioni furono effettuate, al punto che, in diversi paesi prossimi a quella che si prospettava essere la linea del fuoco, la popolazione civile rimase nelle proprie abitazioni. Ci fu quindi una certa discrezionalità nel lasciare i civili liberi di scegliere se rimanere o partire profughi.

Al di là dei provvedimenti ufficiali, molti fuggirono anche di propria iniziativa verso l’interno per cercare di scappare dalla guerra, ma i più, potendo scegliere, restarono. In genere la popolazione rimasta si stava preparando ad accogliere i nuovi occupanti con calma.

Non mancava anche nelle campagne chi aveva forti sentimenti irredentistici ed era ben lieto di accogliere i nuovi occupanti; si trattava per lo più di persone di condizione sociale più o meno elevata, di solito vicine agli ambienti politici liberali o ad associazioni come la Lega Nazionale. In questo clima si verificarono episodi che denunciano incomprensioni e repressioni. Il caso dei “fassinars” di Villesse è forse il più grave.

I FASSINARS

I primi soldati italiani, guidati dal maggiore Domenico Cittarella, arrivarono a Villesse tra il 25 e il 27 maggio. Il maggiore dimostrò disprezzo per i civili e paura di imboscate, tanto da indir e il coprifuoco. Il 29 maggio ci fu una notevole piena del Torre che il maggiore credette un piano degli Austriaci per tagliarlo dal r esto delle truppe. Spaventato dalla possibilità di attacchi fece costruire, in paese, delle barricate di fortuna che i paesani chiamarono “fassinars” perché fatte di fascine e carri. Chiamò a raccolta tutti i maschi dai 16 anni in su; secondo alcune testimonianze si presentarono 149 e rispetto all’anagrafe molti erano assenti. Furono allora messi in stato di arresto e fermati da vanti alle barricate con i militari italiani pronti a colpire. Ad un c erto punto nel cuor e della notte, sotto una pioggia battente, presso una delle barricate si iniziò a sparare: quattro civili morirono subito ed uno in seguito . I rapporti militari parlano di un attacco nemico, ma la memoria dei paesani è diversa; è probabile che tutto sia avvenuto accidentalmente. Alcuni giorni dopo, durante una ricognizione, venne prelevato e fucilato il giovane figlio del segretario comunale, che era stato ucciso a sua volta nella notte del 29 maggio. Per assurdo, erano entrambi irredentisti.

Atti dettati dal nervosismo e dall’incertezza di militari non sempre pronti a dialogare con i civili, ma anche dalla situazione particolare di subalternità dei civili rispetto alla presenza militare. Specie nell’estate del 1915 vennero attuate dall’esercito occupante diverse operazioni di internamento coatto (di cui furono vittima molti sacerdoti) o spostamento di civili.

D’altro canto la presenza dei soldati offrì l’occasione a molti di avviare una anche florida economia di guerra: nei paesi delle retrovie nacquero tantissimi “esercizi commerciali” in virtù della presenza dei militari. Moltissime le osterie che vennero organizzate alla meglio per rispondere alle esigenze dei tanti soldati. Spesso gli ufficiali trovavano sistemazione presso famiglie i cui uomini erano al fronte con l’altra divisa. Così gli ufficiali di sanità come anche i cappellani militari prestavano per necessità la loro opera anche presso i civili. In alcuni paesi vennero anche attivate scuole con maestri militari.

L’economia di guerra interessò anche il Friuli centrale. Anche qui gran parte della popolazione maschile era sotto le armi, ma chi non lo era si trovava ad interagire con i soldati; inoltre c’era bisogno di manodopera per lavori di manutenzione stradale o alle infrastrutture necessarie agli scopi bellici: chi poteva lavorava (e si trattava spesso di donne).

I paesi prossimi al fronte erano bersaglio dell’artiglieria austriaca, nella misura in cui ospitavano l’esercito nemico. Ciò portò alla distruzione di quasi tutte le località che si trovano sulla linea del fuoco, e gravi danni anche a quei luoghi che formavano le immediate retrovie. I colpi distruggevano case ed edifici pubblici (molte le chiese distrutte o gravemente danneggiate), ma finivano per colpire anche civili inermi. Il passaggio del fronte portò anche alla completa distruzione di interi centri abitati. Drammatica ad esempio la situazione di San Martino del Carso, Doberdò e degli altri centri del Carso goriziano che furono completamente distrutti; così anche Lucinico e tutti i paesi a ridosso di Gorizia subirono danni gravissimi, al punto da essere ridotti a cumuli di macerie.