Le prime fasi del conflitto tra Austria ed Italia

Le prime Fasi del Conflitto tra Austria ed Italia


Il 24 maggio gli italiani superarono il confine austriaco. Cadorna, che aveva previsto una guerra rapida, aveva a disposizione circa 900.000 soldati: nel volgere di un anno era riuscito a rafforzare la capacità operativa delle forze armate italiane, anche se persistevano pesanti carenze nelle dotazioni di artiglieria; poche erano le mitragliatrici a disposizione e le munizioni non sufficienti a reggere una lunga campagna militare.

D’altro canto negli alti comandi vi era la consapevolezza che l’esercito austriaco aveva subito pesantissime perdite sul fronte orientale e che a fatica avrebbe potuto reggere l’impatto di un nuovo fronte contro truppe numerose e fresche come quelle italiane. In tutto ciò però gli strateghi italiani non avevano ancora ben compreso che tipo di guerra stavano per affrontare.

L’esercito italiano era strutturato in quattro armate. La I e la IV vennero schierate lungo il fronte trentino, che però era secondario nel piano d’attacco. La II e la III, con funzioni decisamente più offensive, dovevano affrontare il fronte dell’Isonzo: la III Armata comandata da Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta e cugino del re, aveva il compito di attaccare il Carso a sud di Gorizia e marciare su Trieste; la II Armata doveva invece sfondare nell’alta valle dell’Isonzo e conquistare Gorizia.

Per l’Austria, il maggio del 1915 coincise con un momento particolarmente favorevole sul fronte orientale. Ciò permise allo Stato maggiore austriaco di spostare una certa quantità di truppe verso il nuovo fronte sull’Isonzo. Fu quindi costituita una nuova Armata, la V, posta sotto il comando dell’esperto generale Svetozar Boroevic´ von Bojna, più tardi noto con l’appellativo di “Leone dell’Isonzo”. Per quanto l’apertura del terzo fronte potesse rappresentare un problema per l’Austria, il morale delle truppe inviate sull’Isonzo era particolarmente alto: si trattava di nuovo di difendere la propria patria da un attacco esterno.

Alla fine di maggio la II Armata italiana raggiunse facilmente la conca di Caporetto, mentre le difese austriache si erano già assestate sulla sponda orientale dell’Isonzo ed in particolare sulle vette che circondavano la località. Con una certa rapidità gli alpini italiani riuscirono ad occupare la cima del Monte Nero (Krn), ma gran parte delle altre cime della zona rimase in mano austriaca. Durissimi e senza fortuna furono i tentativi italiani di superare l’Isonzo più a sud, presso Plava. La strada per Gorizia da nord era quindi bloccata. Più a sud, il passaggio del confine sul Judrio a Brazzano permise alle truppe della II Armata di occupare presto Cormons, e di arrivare fino a Lucinico senza trovare resistenze.

Cippo commemorativo di Francesco Rismondo di Spalato sul Monte San Michele

Cippo commemorativo di Francesco Rismondo di Spalato sul Monte San Michele

I VOLONTARI IRREDENTI

Tra i sudditi austroungarici di nazionalità italiana, in particolare tra i ceti socialmente elevati vicini allo schieramento politico liberal-nazionale, si verificò il fenomeno del volontarismo: centinaia di giovani passarono clandestinamente il confine per arruolarsi nelle file dell’ esercito italiano e contribuire all’unificazione del Trentino, della Venezia Giulia, di Fiume e della Dalmazia al regno d’Italia. Di essi basti ricordare i più celebri, che pagarono con la vita: l’ex deputato trentino al parlamento di Vienna Cesare Battisti e l’istriano Fabio Filzi, Ambedue prigionieri degli Austriaci ed impiccati per tradimento nel 1916 a Trento; ancora, il triestino Scipio Slataper, caduto sul Podgora, presso Gorizia, nel dicembre 1915; infine, lo spalatino F rancesco Rismondo, scomparso in circostanze ancora poco chiare, nell’agosto 1915.

Il piano di difesa austriaco di Gorizia prevedeva però che la linea difensiva fosse arroccata sulle alture a ovest e nord della città (Calvario e Sabotino). E alle pendici di questi bastioni naturali si fermò l’avanzata italiana. La difesa di Gorizia era affidata alla 58a divisione di fanteria proveniente dal fronte serbo, guidata dal generale Ervin Zeidler, il quale seppe validamente mantenere la posizione sino all’estate dell’anno seguente.

L’occupazione della pianura friulana a sud del capoluogo, affidata alla III Armata, aveva come obiettivo Trieste. Piogge torrenziali resero però l’Isonzo difficilmente attraversabile, anche perché gli austriaci avevano fatto saltare o reso inagibili i pochi ponti. Solo ai primi di giugno fu possibile superarlo e appena il 9 gli italiani raggiunsero Monfalcone. Le resistenze austriache in pianura si rivelarono pressoché inesistenti: la linea difensiva era già ben organizzata sul ciglione carsico.

Alle pendici del Carso le truppe italiane attendevano ordini da parte del Comando supremo, che arrivarono appena il 21 giungo: Cadorna ordinò di avanzare verso Gorizia e Trieste, dando così l’avvio alla prima delle dodici battaglie dell’Isonzo. Da questo momento quella guerra che era stata preventivata come rapida si trasformò in una logorante guerra di posizione.

Cartolina celebrativa della presa di Monfalcone

Cartolina celebrativa della presa di Monfalcone