La dichiarazione di guerra

La Dichiarazione di Guerra


Le tumultuose settimane che precedettero l’entrata del regno d’Italia nel conflitto europeo prefiguravano un’atmosfera da guerra civile: il partito neutralista (liberali giolittiani, socialisti, cattolici) raccoglieva la maggioranza dei consensi dell’opinione pubblica ma la minoranza “interventista” (nazionalisti, liberali vicini al primo ministro Salandra), d’altra parte, era alquanto combattiva e non lesinò di ricorrere ad ogni mezzo pur di raggiungere il proprio obbiettivo. Anche la corona propendeva a favore dell’intervento.

In parlamento, invece, prevaleva l’orientamento opposto. Il 26 aprile, all’insaputa dell’organo legislativo ma con la complicità del Re Vittorio Emanuele III, Salandra firmò, segretamente, il patto di Londra con cui Francia e Gran Bretagna assicuravano all’Italia mano libera in Trentino, Tirolo, Gorizia, Trieste e Dalmazia, oltre a generici riferimenti di natura economica e coloniale. La denuncia dell’alleanza con Austria-Ungheria e Germania, il 4 maggio, colse di sorpresa il Paese. Per scongiurare la sfiducia parlamentare, Salandra ritardò la riunione delle camere, ma fu costretto a dimettersi dall’opposizione montante, che guardava al neutralista Giovanni Giolitti come futuro successore.

Tuttavia, durante le consultazioni per la formazione del nuovo governo, il Re informò Giolitti dell’impegno preso in segreto con i nuovi alleati ed il vecchio statista fu costretto a compiere un passo indietro, mentre il sovrano fu libero di respingere le dimissioni e richiamare Salandra al potere. Il clima intimidatorio nei confronti dei favorevoli alla neutralità, la sconfitta della linea giolittiana e la pubblicazione del patto di Londra indussero la maggioranza a mutare opinione, sicché la linea interventista del governo fu approvata con la schiacciante maggioranza di 407 voti contro 74 contrari.

Il 23 maggio, domenica di Pentecoste, la dichiarazione di guerra fu consegnata all’ambasciatore austriaco Karl von Macchio; a Trieste scoppiarono violente manifestazioni di piazza, nel corso delle quali gli abitanti dei quartieri popolari, con il tacito favore
della polizia asburgica, assalirono e saccheggiarono i locali simbolo dell’élite liberal-nazionale filoitaliana: era il modo con cui le masse, esprimendo il sentimento di lealismo all’Austria, condannarono la condotta dell’ex alleata, accusata dallo stesso
Imperatore Francesco Giuseppe, nel proclama “Ai miei popoli”, di aver compiuto “una fellonia di cui la storia non conosce eguali”. In effetti, il cambiamento di campo del regno sabaudo non meravigliò nessuno, tanto meno i servizi segreti e d’informazione
di Vienna, mentre l’esercito aveva da tempo avviato l’opera di fortificazione delle frontiere con l’Italia, nella previsione di un voltafaccia dell’alleato.

Tuttavia, la stampa delle varie province austriache, seguendo le indicazioni dell’autorità politica, presentò il “tradimento” come una sorpresa, in modo da inasprire la reazione popolare contro il nuovo avversario, in vista dell’imminente sforzo militare lungo un nuovo fronte meridionale, esteso dalle cime dello Stelvio sino all’agro aquileiese; le truppe italiane, in questo primo frangente, erano numericamente superiori a quelle asburgiche, già impegnate su altri quadranti di guerra a sud (Balcani) e ad est (Galizia).

L’intervento del regno d’Italia fu quindi avvertito alla stregua di un pericolo concreto da parte austriaca; soltanto dopo alcune settimane, dopo che il sistema difensivo dette buona prova di sé nell’arrestare l’impeto dell’avanzata nemica, gli equilibri si stabilizzarono, mentre le trincee, sotto ambedue le bandiere, cominciavano a riempirsi di fango e di sangue.