Internamenti e profuganza verso l’Italia

Internamenti e Profuganza verso l’Italia


Nei primi giorni dell’occupazione militare, l’esercito italiano eseguì vere e proprie operazioni di polizia, colpendo attraverso arresti ed internamenti potenziali nemici del nuovo ordine politico, che pur nella precarietà si andava organizzando.

Nel Friuli Orientale a farne le spese furono in primo luogo i preti rimasti sul territorio. Nei primi giorni del conflitto le autorità militari italiane internarono una sessantina di sacerdoti e molti laici vicini al clero, probabilmente anche su indicazione dei liberalnazionali locali. Tra questi preti vi erano una quarantina di friulani (l’87% del clero incontrato dalle truppe italiane) e 18 sloveni (circa il 50%). In totale subì l’arresto e la deportazione l’80% dei sacerdoti che le truppe italiane incontrarono sul territorio occupato. I preti erano accusati in genere di essere spie, reali o potenziali, del nemico, al punto che resoconti giornalistici arrivano a raccontare esplicitamente di telefoni trovati nei tabernacoli.

Il clero internato visse questi provvedimenti come atti ingiusti e ingiustificati. Un profondo malumore venne generato anche dalle modalità, spesso brutali, degli arresti: molti furono oggetto di violenze fisiche e morali. Pochi furono i preti diocesani cui venne concesso di rimanere nelle proprie sedi.

I preti prelevati a forza dalle proprie abitazioni vennero rapidamente trasferiti verso l’interno del Regno. I provvedimenti di internamento si trasformarono in domicilio coatto in varie parti della penisola. Quasi abbandonati dallo stato italiano, riuscivano a mantenersi grazie alla carità dei vescovi e sacerdoti locali, ad interventi appositi della Santa Sede o a qualche trasferimento di denaro. Solo dopo la fine del conflitto questi preti poterono rientrare, non senza difficoltà, in diocesi.

Don Nicodemo Plet, parroco di Villesse, dopo l’arresto

Don Nicodemo Plet, parroco di Villesse, dopo l’arresto

Sacerdoti goriziani internati a Lucca

Sacerdoti goriziani internati a Lucca

Un gruppo di sacerdoti del Goriziano internati a Firenze (Don Giovanni Bertuso, Don Giuseppe Maria Camuffo, Don Sebastiano Tognon e Don Francesco Ballaben)

Un gruppo di sacerdoti del Goriziano internati a Firenze (Don Giovanni Bertuso, Don Giuseppe Maria Camuffo, Don Sebastiano Tognon e Don Francesco Ballaben)

Accanto ai sacerdoti, anche molti civili furono costretti a provvedimenti di polizia. Molti furono poi quelli che si dovettero allontanare per ragioni di sicurezza. Già tra 1915 e 1916 si concretizzò un movimento verso l’Italia. Si trattava anche di operazioni necessarie per mettere in sicurezza migliaia di civili, quelli non evacuati a suo tempo dalle autorità austriache. Soprattutto nei primi mesi di guerra, dopo alcune incertezze, vi fu una serie di trasferimenti sia per evitare di avere civili sulla linea del fronte, sia per la paura che tra questi vi fossero spie: per esempio l’evacuazione nell’autunno 1915 di quanti (circa 1500 persone) erano rimasti a Monfalcone.

Non c’erano piani organizzati di internamento e nemmeno un vero e proprio piano di accoglienza. I profughi erano spesso abbandonati a se stessi, o nel migliore dei casi, affidati o soccorsi da associazioni ed istituzioni caritative. Non vennero realizzati veri e propri campi profughi, ma al massimo colonie o centri di raccolta. I profughi si trovavano quindi raccolti in prevalenza in piccoli gruppi, assistiti dagli enti locali o enti assistenziali, con situazioni profondamente diverse. A volte oggetto di ostilità, a volte in condizioni migliori (magari con la possibilità di lavorare).

Ad oggi è difficile quantificare questo primo flusso di profughi, cui si aggiunse una nuova ondata nell’autunno del 1917, dopo la rotta di Caporetto.

Profughe friulane

Profughe friulane