Il Regno d’Italia dalla neutralità all’intervento

Il Regno d’Italia dalla neutralità all’intervento


Nel corso dei primi mesi del 1915 davanti alla guerra la posizione del governo italiano, guidato da Antonio Salandra e con Sidney Sonnino ministro degli esteri, era ancora ufficialmente di neutralità, mentre continuavano le trattative con le potenze belligeranti. Quelle con l’Austria-Ungheria, già aperte a dicembre, non approdarono a buon fine: Vienna, nonostante molte resistenze interne, per conservare l’Italia neutrale era disposta a fare modeste concessioni territoriali (cessione del Trentino) che non soddisfacevano il governo italiano.

Sull’altro versante le trattative si aprirono nel febbraio 1915 a Londra: a fronte di un intervento diretto dell’Italia accanto all’Intesa, si promettevano in caso di vittoria sostanziosi benefici territoriali. L’obiettivo del Governo italiano era quello di completare il percorso risorgimentale integrando nel territorio nazionale le regioni abitate da italiani ancora inserite in Austria (Trentino, Friuli Orientale, Trieste e Istria) ma anche garantirsi una posizione forte nell’Adriatico.

Presso l’Intesa suscitavano tuttavia perplessità le richieste italiane di porzioni di Dalmazia e Albania, territori sui quali anche la Serbia aveva delle mire. In Italia, in questo periodo, si assisteva ad un progressivo moltiplicarsi degli interventi a favore della guerra, che veniva vista come necessaria per le ragioni territoriali accennate, come momento di affermazione internazionale oltre che come evento capace di dare una profonda scossa alla società italiana.

Una rumorosa minoranza stava spingendo il Governo e l’opinione pubblica (che in un primo momento si era dimostrata sollevata dal non aver preso parte al terribile massacro) verso un intervento a fianco dell’Intesa. A favore della guerra non era solo la componente nazionalista. La rottura in campo socialista, tra pacifisti e quanti invece sostenevano la partecipazione alla guerra, venne ulteriormente accentuata dall’aperto schieramento sul fronte interventista dell’ex direttore de “L’Avanti” Benito Mussolini, e del suo nuovo giornale “Il popolo d’Italia”, fondato nel novembre del 1914.

Inoltre, in molti settori della sinistra italiana si fece strada l’idea che una guerra avrebbe scatenato un’ipotesi rivoluzionaria.
Non era impassibile l’esercito che, pur non potendo già mobilitarsi ufficialmente per una guerra, si stava però organizzando in modo da tenersi pronto. Il generale Luigi Cadorna, dal giugno 1914 capo di Stato Maggiore e comandante supremo dell’esercito, nonostante la scelta di neutralità operata dal governo, si mostrò subito propenso ad una possibile entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria. Cadorna era un generale che aveva fatto carriera
all’interno dell’esercito italiano senza aver mai preso parte ad una vera guerra.

L’esercito non era ancora una forza capace di costituire un reale amalgama tra le tante realtà culturali e linguistiche che frammentavano inesorabilmente l’Italia; inoltre non si era ancora del tutto risollevato dalla campagna di Libia (1911-1912), vittoriosa ma alquanto dispendiosa. Cadorna si prodigò da subito a immaginare un piano d’intervento che prevedeva una guerra rapida, giocando anche sulla superiorità numerica, visto che per l’Austria si trattava di aprire un ulteriore fronte.

La valle dell’Isonzo venne subito identificata come il punto in cui sferrare l’offensiva principale.

Nel formulare già nell’inverno tra 1914 e 1915 questi piani d’attacco, Cadorna si rese conto della condizione insufficiente delle sue truppe, cercando di porvi rimedio attraverso una mirata operazione di rafforzamento.

I generali Cadorna, Porro e Badoglio sul Sabotino. Il generale Badoglio comandava il settore del Sabotino e fu promosso per merito di guerra (tratta da "L'Illustrazione Italiana" n. 37 del 10 settembre 1916, p. 213).

I generali Cadorna, Porro e Badoglio sul Sabotino. Il generale Badoglio comandava il settore del Sabotino e fu promosso per merito di guerra (tratta da “L’Illustrazione Italiana” n. 37 del 10 settembre 1916, p. 213).