I profughi del litorale

I Profughi del Litorale


Per le popolazioni che abitavano il “Kronland” del Litorale, la guerra non era una novità: la mobilitazione dell’estate 1914 aveva chiamato alle armi migliaia di uomini abili tra i 18 ed i 33 anni, con rinforzi di riservisti più anziani, destinati ai lontani campi di battaglia contro la Serbia e la Russia.

Nel maggio dell’anno seguente, con la minaccia dell’intervento italiano sempre più incombente, una nuova ed ancor più dura prova stava per abbattersi sugli abitanti della Principesca Contea di Gorizia e Gradisca, soprattutto su quelli che dimoravano nelle prossimità del futuro fronte (l’Isonzo, il Carso, la base navale di Pola). Sulla base di un piano predisposto nei mesi precedenti, il governo imperiale ordinò lo sgombero delle aree di frontiera da parte dei civili e ne dispose il trasferimento alla volta delle province interne della monarchia danubiana, dove furono eretti appositamente dei campi profughi (Barackenlager), delle vere e proprie città di legno, provviste di chiesa, scuola, infermeria, diverse tipologie di abitazioni; anche l’organizzazione degli spazi rifletteva la rigida suddivisione gerarchica della società austriaca: i borghesi ed in genere i notabili (maestri, sacerdoti, funzionari) furono sistemati in sobri villini, mentre ampie baracche da 25 posti accolsero la gran parte del popolo minuto, per lo più agricoltori, piccoli commercianti, operai. I profughi venivano suddivisi a seconda delle nazionalità e, in parte, delle aree geografiche di provenienza: a Wagna in Stiria furono inviati 20.000 italiani dal Litorale (in gran parte istriani) e a Pottendorf (Bassa Austria) 5.000 italiani, diversi originari del Trentino; il campo di Bruck an der Leitha ospitò dai 4 ai 5.000 sloveni del Litorale, quello di Steinklamm tra i 4 e i 5.000 sloveni e croati della stessa
provincia mentre Gmünd, riservato inizialmente ai profughi galiziani, ospitò 10.000 sloveni e croati, poi dirottati a Bruck e Steinklamm.

Da Gorizia e Gradisca partì un numero approssimativo di fuggiaschi calcolato intorno alle 100.000 unità; Trieste ed il suo circondario persero circa 10 o al massimo 20.000 abitanti. Taluni vennero dispersi in centri della vicina Ungheria: la frammentazione rese molto difficile la possibilità di assicurare un’assistenza organizzata in modo efficiente. Altri, meno sfortunati, in numero assai minore, trovarono rifugio presso le abitazioni di parenti ed amici nelle parti orientali della Contea, nella vicina Carniola, a Trieste o in altre province circonvicine.

Il 12 luglio, con lo scopo di disciplinare l’organizzazione dei campi ed alleviare le sofferenze legate alla deportazione, a Vienna fu costituito il “Comitato di soccorso per i profughi meridionali”, cui aderirono numerose personalità del mondo politico, ecclesiastico e culturale della monarchia danubiana, quali il capitano provinciale di Gorizia mons. Luigi Faidutti ed il deputato cattolico trentino Alcide De Gasperi.

Nonostante gli sforzi governativi e l’impegno pragmatico degli amministratori, la vita nei campi fu caratterizzata da ristrettezze diffuse e da un alto tasso di mortalità, dovuta alla rigidità delle stagioni fredde della Stiria, allo scarso approvvigionamento
alimentare ed a condizioni igieniche insufficienti che favorirono l’insorgere di malattie infettive come la tubercolosi e la scarlattina; nei primi mesi, le porte dei lager erano chiuse in modo di impedire un contatto tra i profughi e la popolazione locale – che di essi diffidava, associandoli al nemico italiano – mentre le misure disciplinari imposte dalle autorità militari culminarono in episodi di scontro anche violenti, tanto da determinare l’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta a cui prese parte, fra gli altri, lo stesso De Gasperi. Alle indagini della commissione fece seguito un allentamento del regime poliziesco che aveva contribuito ad inasprire la vita di campo.

3 giugno 1915: l'esodo. Tappa ad Aidussina (Ajdovšcˇina) prima di raggiungere il campo profughi di Pottendorf-Landegg in Austria

3 giugno 1915: l’esodo. Tappa ad Aidussina (Ajdovšcˇina) prima di raggiungere il campo profughi di Pottendorf-Landegg in Austria

Il reddito del lavoro che occupava buona parte dei residenti (i campi accoglievano, infatti, officine meccaniche, falegnamerie, fabbrerie, laboratori di sartoria e ricamo per le donne) servì a garantire una modesta sussistenza oltre che ad allontanare il rischio di tensioni interne; altri riuscirono a trovare impiego in fattorie od aziende della zona. Asili
e scuole, ripartiti sempre secondo il criterio della provenienza, provvedevano a curare l’istruzione dei più giovani; del resto si ricostituì anche l’assistenza religiosa, grazie alla laboriosa presenza di diversi sacerdoti friulani, istriani e sloveni che condivisero le sorti riservate alla propria gente, mantenendo alti gli spiriti e vigilando sulla loro moralità, seriamente minacciata da circostanze tanto difficili. Pur nella precarietà, era sentita la necessità di garantire continuità e normalità alla comunità dei profughi. Nei campi venivano organizzate anche attività artistiche o di svago, come quella del complesso corale ed orchestrale di Wagna, diretto da Augusto Cesare Seghizzi, che si esibì in diversi concerti di beneficenza al di fuori del campo. Alcune istituzioni goriziane trovarono continuità al di fuori della Contea. Così nella cittadina morava di Kremsier/Kromeˇrˇiž vennero riaperti i corsi dell’Istituto magistrale, per dare l’opportunità di continuare gli studi ai futuri maestri.

Inoltre, grazie all’intervento di Luigi Faidutti, l’Arcivescovo di Gorizia mons. Francesco Borgia Sedej aveva trovato rifugio, a partire dal dicembre del 1915, nel monastero cistercense di Sticˇna presso Lubiana; qui vennero riattivati i corsi dell’importante Seminario Teologico di Gorizia, richiamando docenti e seminaristi, e poi, dopo la presa di Gorizia, anche l’attività della Curia.