La società e la guerra

La Società e La Guerra


In seguito alle dichiarazioni di guerra con la Serbia e la Russia, la popolazione civile del Litorale accolse inizialmente l’apertura delle ostilità con manifestazioni di giubilo e di fervore patriottico molto acceso: era infatti diffusa la credenza che l’Austria avrebbe riportato una vittoria rapida e facile. I richiamati furono accompagnati ai treni che li avrebbero condotti al fronte tra canti e l’allegro suono delle bande militari. Presto, però, ci si accorse che la realtà delle cose era ben diversa. I rovesci militari sul fronte orientale della Galizia (consegnarono ai russi ben 2.119.600 prigionieri, mentre sul campo morirono oltre 250.000 soldati austriaci, tra i quali anche militari provenienti dalle nostre province).

Benché al sicuro dall’artiglieria e dalle bombe, gli abitanti di Trieste, del Goriziano e dell’Istria risentirono pesantemente degli effetti della guerra: le famiglie persero gli uomini validi e l’economia ricadde per intero sulle spalle delle fasce socialmente più deboli, in particolare delle donne, che si trovarono a svolgere lavori pesanti sia in città che nelle campagne.

La solidarietà e l’assistenza si mobilitarono, così pure la Croce rossa austriaca, un pacifico esercito che in tutto il Friuli orientale raccolse vettovaglie a favore dei soldati impegnati al fronte. Quando iniziarono ad arrivare i primi feriti, gli edifici più importanti furono adibiti ad ospedali della riserva, come nel caso del Seminario centrale di Gorizia, affidato alla cura delle Suore della Provvidenza, ordine religioso fondato dal sacerdote friulano san Luigi Scrosoppi.

Nei mesi successivi allo scoppio della guerra iniziò il rapido ritorno in Italia dei “regnicoli” emigrati dalla provincia di Udine, agevolato dalle autorità austriache, timorose di una rottura dell’alleanza da parte dell’Italia: in molti casi essi rientrarono in patria senza attendere la retribuzione del proprio lavoro stagionale, tornando più poveri di quando erano partiti; decine di migliaia di uomini che divennero un problema per l’autorità italiana di fronte ad un’emergenza che mise a dura prova la già delicata situazione economica e sociale della provincia friulana. In questo contesto venne ad inserirsi l’aspro scontro che divise l’opinione pubblica in due schieramenti contrapposti: coloro che erano favorevoli alla guerra contro l’Austria (interventisti) e coloro che invece intendevano tenere il paese al di fuori del conflitto (neutralisti); i primi trovarono consensi tra i “regnicoli” espulsi dall’Austria, dove avevano lasciato tutti i loro beni; i secondi raccoglievano le simpatie della maggioranza della popolazione, legata alla propria cultura cattolica e lontana da aspirazioni irredentistiche. Prevalse tuttavia una condotta leale nei confronti delle scelte che il governo italiano avrebbe operato in seguito.

Dal diario di don Giovanni Battista Falzari, giovane cooperatore nella parrocchia di Grado:

“Ognuno quasi ha un c ongiunto nella nostra armata (…). Dalle imprese dei nostri prodi sui Scarpazi [storpiatura scherzosa per “Carpazi”] si passa alla dolorosa resa della fortezza di Presemolo [Przemys´l ], poi alle per dite degli alleati nello stretto dei Sgarzanelli [Dardanelli], dando un’importanza stragrande alle notizie udite a mezz’ orecchia da una o altra persona. (…) [d]ifficile il ridirle per ché abituali e fanciullesche proprie dei gr adesi”.

(Grado, 21 maggio 1915)